Il posto più bello del mondo

«Papi, a cosa pensi?»

La voce lo aveva colto di sorpresa. Con gli occhi stava ripercorrendo il profilo del bancone, che non era più quello in legno rozzo che ricordava. Adesso, invece di quello che una volta era il posto delle spine per la birra, c’era un elegante ripiano in legno, poggiato su due gambe in noce. Dove vi erano le spine, adesso, c’era un bel quaderno, con la copertina in pelle scura. Probabilmente, su quei fogli venivano vergate, perché per quanto era elegante dire semplicemente “scritte” pare poco, le prenotazioni. Era cambiato tutto. Di quello che era stata la culla dei suoi vent’anni, non vi era più niente. Del locale in cui aveva conosciuto gioie, amarezze, spensieratezza e persino veri e propri dolori, non era rimasto nulla. Giusto i muri, ma anche quelli erano cambiati, erano di un altro colore. Con gli occhi aveva provato a spingersi oltre il taccuino delle prenotazioni, verso l’ingresso della cucina. La ricordava come un spazio misero, di non più di quattro metri quadri. Con le porte in stile saloon, in un legno scuro. Entrando, sulla sinistra c’era un ripiano, su cui si cucinava. Nel muro una rientranza utile a metterci una mensola, su cui trovava riposo un po’ tutto. Sulla destra il lavandino, con lo scolapiatti sopra. Di fronte, un altro ripiano, su cui c’era la friggitrice e la piastra per i panini. E dietro, una finestra chiusa da una grata e da una rete metallica a maglie strette, l’unico posto da cui poter fare uscire odori e fare entrare aria: di solito facendo battaglia sulla grata, per cui gli odori restavano dentro e l’aria fresca fuori. Pensandoci, per come era messa quella cucina, con le norme di oggi non solo avrebbero chiuso il locale, ma li avrebbero anche arrestati. Si chiedeva come avessero cambiato quello spazio angusto, adattandolo al resto del ristorante elegante che ora sorgeva nelle stanze in cui, a suo tempo, c’era una paninoteca. Oggi lo chiamerebbero pub, che fa più figo. Per quanto si sforzasse, non riusciva a farsi un’idea.

«Sto pensando a come cambiano le cose.»

«Non mi sembra un pensiero interessante!» sentenziò suo figlio.

«Certo che lo è. Tutto cambia, tutti cambiano, chi più, chi meno. Si cresce, si invecchia, si modificano le abitudini. Anche tu non sei più quello di un anno fa. E più passa il tempo, più si può cambiare.»

Guardò il padre con quegli occhi grandi, che solo lui aveva al mondo. Forse, nella sua piccola testa di bambino, si stava chiedendo perché non avesse continuato a giocare con lo smartphone, anziché invitare il padre a riflessioni esistenziali. Fece la bocca a cuore, come gli succedeva quando si corrucciava. Stava per riabbassare la testa verso lo schermo, quando stavolta fu la voce del padre a sorprendere lui.

«Sai perché ti ho portato qui?»

Fece un’espressione buffa. Era nel suo carattere: quando capiva che il discorso stava diventando serio, aveva bisogno di ridere, sdrammatizzare. E come dargli torto? A nove anni, magari, non si ha così tanta voglia di ascoltare le menate degli adulti.

«Veramente no. E nemmeno mi ci piace.»

«Sai, nemmeno a me piace.»

Da buffa, l’espressione si fece dubbiosa.

«Ma scusa, se non ti ci piace, perché mi hai portato qui?»

In realtà, non lo sapeva nemmeno lui perché lo aveva portato al Blu Notte, ristorante intimo ed elegante, con pochi coperti, nel pieno centro storico della città.

«Sai che non lo so? Forse perché questo, una volta, era uno dei posti più importanti della mia vita.»

«Una volta quando?» Il tono adesso si era fatto cristallino e curioso. Lui il padre lo avrebbe ascoltato per ore. Fin da molto piccolo, era attratto dalla sua voce. Il padre lo aveva capito e quando piangeva, se lo portava al petto, perché facesse da cassa di risonanza. E gli parlava, con parole dolci, quasi sussurrate. Smetteva solo così di piangere.

«Eh, una volta quando papino aveva vent’anni.»

«Scusa, tu a vent’anni andavi in locali come questo?» Era quasi sinceramente sbalordito.

«Ma no, qui non c’era questo ristorante. C’era una paninoteca. E papino ci lavorava, anche se gratis.»

«Come gratis! Non si lavora gratis!»

Pensò che era proprio un cucciolo innocente. Aveva appena enunciato una grande verità etica, ma non poteva sapere quante volte, questa verità, venisse negata. Ma ad ogni modo, in quel caso, non c’era nulla di poco etico: era semplicemente una sua scelta.

«È vero, non si lavora gratuitamente. Ma io qui avevo scelto di lavorare senza farmi pagare, perché la paninoteca era di un mio amico. Un amico vero.»

«E chi? Lo conosco?»

«No amore mio. Non lo conosci e non fa più parte della mia vita. Ma ti basti sapere che è una delle persone che ho chiamato la notte che è morto nonno.»

«Ma se era così importante, perché non fa più parte della tua vita?»

Domanda legittima, ovvia, scontata. Le cose ad un certo punto erano andate così. Si erano persi, ognuno impegnato a seguire la propria strada. Ma qualche forma di contatto era rimasta. Giorni prima aveva ricevuto un suo messaggio sui social, giusto un saluto e un “magari prima o poi ci vediamo”. Quel messaggio aveva risvegliato vecchi ricordi. E tornare lì, con suo figlio, ne era stata conseguenza.

«Semplicemente è andata così. Te l’ho detto, le cose cambiano. Anche questo posto è completamente cambiato da allora.»

«E prima com’era?»

Fece una pausa. Sospirò. E in un sussurro rispose.

«Il posto più bello del mondo.»

(continua)

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