Il vecchio e il mare…

Oggi sono stato al mare. No, nessuna disubbidienza civile, nessun atto reazionario alla quarantena. Ci sono andato per lavoro, un collegamento con uno stabilimento balneare, per parlare di questa solenne cazzata dei gabbiotti in plexiglas, da usare in spiaggia per mantenere distanze di sicurezza contro il Covid, questa estate. Però già che c’ero, ho passato quasi tre ore in spiaggia. E tra una pausa e l’altra, fra un intervento e l’altro, ho visto il mare. L’ho guardato, annusato. Ho sentito la salsedine, portata da un vento che sicuramente mi causerà stasera una recrudescenza del mal di denti, ma sti cazzi. Per una volta me lo tengo volentieri. Ho visto i colori del mare. E’ banale, io al mare ci sono abituato: se nei ricordi di Cecilia, la protagonista del secondo Manuale d’amore, c’è sempre la neve, nei miei c’è sempre il mare. “E mi diventa blu il cervello, se non smetto di ricordare. ” Al mare sono legati tanti momenti della mia esistenza. Una delle prime cose che feci, passato il funerale di mio padre, fu proprio quella di correre al mare. Da solo, per qualche ora. In una mattina di giugno. Al mare correvo da bambino, nelle estati in cui dal nord tornavamo in Calabria. Lo desideravo, come penso più o meno tutti i bambini. Ed era anche un desiderio frustrato, perchè noi non avevamo casa al mare, dovevano appoggiarmi dai parenti, ma i miei non è che lo facessero volentieri, per non disturbare le vacanze degli altri, soprattutto. Forse è in questo desiderio negato che nasce il mio rapporto di amore e odio, con il mare: io preferisco la montagna, il suo silenzio, i suoi profumi, i suoi suoni. Il mare oggi per me è carnaio, chiacchiericcio, caldo e sudore. Ma è anche rifugio, in ogni momento dell’anno, quando hai bisogno di vedere quella massa informe dal colore cangiante. E sentire il rumore di quelle onde. Oggi l’ho assaporato tutto, fino all’ultima goccia. Mi sono completamente estraniato, dalla troupe e dal padrone di casa che così gentilmente ci ha aperto casa sua. E da quella passerella l’ho ascoltato. Come un richiamo. Ti annichilisce, il mare, mostrandoti la tua infinitesima dimensione, rispetto a lui. Ti cambia, il mare. Quando vai via, non sei mai uguale a com’eri quando sei arrivato. Ma pure ispira, il mare. Ispirano quelle onde che nonostante vengano ogni volta respinte dal bagnasciuga, prendono la rincorsa e ci riprovano, sempre. Insistono per cercare di andare sempre un centimetro più in là.

“Non ci portare chiunque a vedere il mare, che è una cosa importante, non è mica una cosa da niente.” Già. Ma prima di ogni cosa, portaci sempre te stesso, quando vai. Che è ancora più importante.

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