Ma se io avessi previsto tutto questo…

«In tanti oggi sostengono che quando tutto questo sarà finito saremo migliori. Lei ci crede? “No, non ci credo. Anche dopo l’11 settembre si diceva che sarebbe cambiato tutto ma non è cambiato nulla”. E’ la storia che non insegna o gli uomini che non imparano? “Tutte e due le cose”. E quindi non impareremo nulla neanche stavolta. “Temo proprio di no, sono abbastanza cinico da questo punto di vista. E’ nella natura umana il dimenticarsi presto delle tragedie passate per riprendere la vita di sempre”.»

Parole e si potrebbe dire, musica, di Francesco Guccini, ottant’anni fra due mesi, ospite di Un Giorno da Pecora, su Rai Radio1. E’ un tema che affascina, il dopo. Come saremo? Migliori? Peggiori? O ci saremo lasciati scivolare addosso questa surreale e drammatica esperienza, con la stessa semplicità con cui affrontiamo la rottura del laccio di una scarpa? E’ difficile dirlo. Queste settimane di lockdown ci hanno chiusi e rinchiusi. In alcuni casi, anche in noi stessi. Mi fido di Guccini: non perchè lo abbia sulla pelle fin da bambino, da quando ascoltato le sue cassette nella 127 azzurra di mio padre. Mi fido di lui perchè intanto i suoi ottant’anni sono un bagaglio culturale e di esperienza sufficiente a meritare attenzione. Poi perchè Guccini non è mai stato uno che ha visto il male sempre e a prescindere. Nei suoi testi lo ha raccontato, come ha cantato le sue critiche politiche, ma ha raccontato anche la speranza, persino il romanticismo. E poi perchè sì, in fondo è vero: non impariamo mai un cazzo. Auschwitz, per tornare a Guccini, a distanza di cinquant’anni è tornata attuale in più parti del mondo. Non impariamo, non lo facciamo singolarmente e non lo facciamo come gruppo. Dimentichiamo. La sensazione che ho è che questa clausura anzichè essere spunto di meditazione, diventerà solo frustrazione, negazione. Che tutto poi tornerà come prima, ma con ancora più rabbia sociale rispetto a quella che il Covid ha trovato in questo Paese. Basta vedere la cattiveria con cui ci si abbandona alla delazione, la soddisfazione con cui si accolgono le notizie dei verbali e delle denunce fatte ai furbetti del coprifuoco. Nessuna empatia con chi, magari, in maniera anche sconsiderata e incosciente, è uscito perchè pur non avendone motivo aveva solo bisogno di allontanarsi, perdersi per un po’. Uscire, Dio mio. Ci sono stati casi di gente che ha denunciato un vicino di casa, perchè attraverso lo spioncino della propria porta lo ha visto uscire più volte in un giorno. Con queste premesse, dove vogliamo andare? Questo periodo, temo, sarà un’occasione mancata. Per ripensare i rapporti interpersonali, le logiche lavorative, le distanzi sociali. Io è da più un mese che non ho un qualsivoglia contatto fisico con un’altra persona: una pacca, una stretta di mano, un abbraccio.  Mi sono reso conto di quanto essenziale sia, nella mia vita, la fisicità. Non quella morbosa, ci mancherebbe. Ma quella dei non vedenti, che quando camminano hanno bisogno di toccare col proprio bastone la strada e ciò che c’è ai lati, per potersi orientare. Ecco, io ho scoperto di essere un non vedente sociale: ho bisogno di contatto fisico per stare al mondo. Hanno chiesto ancora a Guccini quale sarà la prima cosa che farà quando l’emergenza Coronavirus sarà terminata? “Sicuramente andrò al ristorante con qualche amico” la sua risposta.

“Cercare un abbraccio”, la mia.

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