Chiuse come le chiese, quando ti vuoi confessare…

Le chiese sono chiuse. Da subito, da quando il Governo ha virato sul lockdown. Anzi, curiosamente, ancora prima delle misure restrittive, in qualche città gli edifici di culto cattolico erano stati già chiusi. E ancora più curiosamente, una delle prime città a serrare le porte, è stata Roma, che col Vaticano ospita la capitale del cristianesimo. Negli ultimi giorni le polemiche si sono sollevate. L’ormai prossima Pasqua, mette di fronte ad un interrogativo: la ricorrenza più importante della cristianità – perchè fin dal catechismo mi hanno spiegato che Pasqua batte Natale 2-0 quanto a significato – la si può vivere per via telematica? E nel giorno della festività più importante per la cristianità, ci si può negare di accostarsi ad uno dei sacramenti fondanti del cristianesimo, l’eucarestia, il “fate questo in memoria di me”? Qui la questione non è solo pratica, capiamoci. Qui c’è soprattutto spiritualità, quella che gli atei non capiranno mai e non certo per una colpa. Perchè in tutta questa vicenda, nessuno si è posto un interrogativo: il bisogno di Dio, è essenziale? Il bisogno di partecipare ad una messa, è essenziale quanto il recarsi a comprare il pane al supermercato? Provocatoriamente e da tabagista incallito: accostarsi all’eucarestia è importante almeno quanto andare a comprare un pacchetto di sigarette? Qualche amico insiste nel ricordare come ai tempi della Grande Peste, otto secoli fa, le chiese rimasero regolarmente aperte. E’ vero, ma va anche detto come nel 1300 la cultura medica e sanitaria fosse molto più indietro rispetto ad oggi, nonostante, di fatto, affrontiamo le pandemie con le stesse armi: coprifuoco e quarantena. Ma è un altro discorso. Il vero problema è capire come mai la comunità cattolica, dal Papa in giù, abbia supinamente aderito di propria sponte ad una direttiva che non era tenuta a seguire: il Vaticano avrebbe potuto anche scegliere di tenere le chiese aperte. E’ stata fatta, però, una scelta più di buonsenso, indirizzata al non creare turbamento nei rapporti con le Istituzioni laiche e per non prestare il fianco, credo, a chi avrebbe strumentalizzato la scelta di andare controcorrente rispetto al resto del Paese. Solo che adesso è passato un mese, si avvicina la Pasqua, anzi è già arrivata, qualcuno reclama la riapertura, qualche sacerdote dissidente, in giro per lo stivale, celebra messa a porte aperte e distribuisce la comunione. Può bastare in tutto questo il Santo Padre da solo a pregare in piazza San Pietro, per quanto potente ed evocativa come immagine? Non di solo pane vive l’uomo, bisogna ricordarlo. Perchè non si è pensato ad una gestione degli edifici di culto che fosse similare in termini di sicurezza a quella di un banale supermercato? Dove faccio la spesa io, qui a Roma, capita di essere una ventina di persone, fra addetti e clienti, in uno spazio paragonabile a quello di una chiesa. Il punto, quindi, non sono le misure di sicurezza, la distanza, i guanti e le mascherine. Il punto è che non viene sollevata, ancora, una questione: il bisogno spirituale, può essere paragonato al bisogno di una Camel? Perchè io le Camel posso andarle a comprare quando voglio. In una chiesa, invece, ancora non posso andare.

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